ՍՑՈՆԿՈՏՏ, ՔՐԻՍՏՈՖ, Կեռլայի արքունի ազատ քաղաքը (1700-1900): Հայ-հունգարական մետրոպոլ, հտ. Գ., Արարատ հրտ., Պուխարեսթ 2012, 362

SZONGOTT, Kristóf, Orașul liber Regal Gherla (1700-1900). Metro­pola armeano-maghiară, Volumul III, Volum îngrijit de Lucian Nastasă. Tra­ducere de Andreea Ghiţă, ed. Ararat, Bucureşti 2012, pp. 362.

 

[SZONGOTT, Kristóf, La città libera regale di Gherla (1700-1900). La Metropoli armeno-ungherese, vol. III, NASTASĂ, Lucian, (a cura di), GHIŢĂ, Andreea, (traduzione di), ed. Ararat, Bucarest 2012, pp.362].

 

*  *  *

   Il libro di cui sopra è curato dal professor Lucian Nastasă dell’Uni­versità „Babeş-Bolyai” di Cluj-Napoca, mentre la traduzione dall’ungherese è stata efettuata  dalla signora Andreea Ghiţă che ricopre anche la carica di membro del comitato di redazione del programma della TV Cluj „Transilvania –Policroma”.

Giova in primo luogo premettere che la traduzione in oggetto è frutto di un lavoro articolato e complesso, atteso che la lingua ungherese utilizzata da Szangott (1843-1907), professore a Gherla, uomo di cultura, armenologo e storico, contiene termini desueti.

Il testo originale, risalente al lontano 1901 aveva visto la luce a Gherla, o Armenopolis, presso la tipografia „Aurora”.

Il libro, tradotto in un romeno ricco e scorrevole, terzo di una serie di volumi, ha il fine di illustrare ad un pubblico il più vasto pos­sibile le origini e la storia della città di Gherla.

L’autore armeno – cattolico e armenofono è mirabilmente rius­cito ad intrecciare l’aspetto più strettamente storiografico con quello cul­turale sia del popolo armeno, sia della nazione magiara cui era comunque molto legato.  

Szangott,  autore di numerose opere e di articoli, professore e pa­ziente ricercatore, era stato discepolo del professor Zacharias Gabrus.

In merito, è appena il caso di rilevare che a Zachar Gabrus (1794-1870), longevo armenofono, si devono ascrivere meriti come uomo umile che rinunziò al sacerdozio per la sua statura modesta, come professore, assiduo studioso, che raccolse un centinaio di inni sacri della Chiesa armena, scrisse un catechismo, testi di lettura in armeno ed in ungherese, ma anche opere di poesia armena, apologie, volumi di geo­grafia, al punto che l’Imperatore Francesco Giuseppe lo fregiò dell’Ono­rificenza Croce al Merito d’Oro.

Tornando al testo in esame, va rilevato che Szongott fece discendere i fondatori della città di Gherla, Armenopolis, costruita in stile prevalentemente barocco, grazie al vescovo cattolico di rito armeno, Oxendiu Verzirescul (o Verserescul),  in armeno Ošentios Vǝrzarean  (1655-1715), ai fuggiaschi di Ani, città bagratide dalle „mille ed una chiesa” che essi abbandonarono nel 1239, per non sottoporsi al giogo islamico e rimanere fedeli a Cristo ed alla fede avita.

Prima di raggiungere la sede transilvana, andarono profughi in Crimea, Polonia e Moldavia. E fu proprio in tale luogo, precisamente a  Botoşani che nacque il secondo vescovo cattolico di rito armeno.

D’altro canto, il professor Lucian Nastasă, particolarmente vicino al mondo armeno, avendo contribuito alla diffusione di informazioni in ordine a vari eventi storici, con specifico riferimento al genocidio e di recente, partecipato alla cerimonia di inaugurazione del primo Istituto di Armenologia di Romania nel novembre 2014, sotto l’egida del rettorato del professor Ioan Aurel Pop, ha inserito una premessa che si sofferma succintamente sulla storia, in ispecie relativa alla venuta degli Armeni in Transilvania nel secolo XVII, provenienti dalla Moldavia, dopo essere fuggiti dalla patria natale.

Accanto alla nuova sede degli Armeni si erigeva il „castrum” romano, di cui si menzionano alcuni reperti significativi.

L’autore dapprima si sofferma sulle origini storiche della città di Gherla edificata nel XVI secolo da un cardinale di nobile lignaggio, Giorgio Martinuzzi, croato da parte di padre e veneto da parte di madre.

In merito, evidenzia che una parte degli armeni si stabilì a Gheorgheni (Gyergyószentmiklós), un’altra a Frumoasa (Csík-Szépvíz), un’altra ancora con il vescovo Minas che passò dalla Chiesa armeno-apostolica a quella di rito armeno-cattolico, a Bistriţa.

Proprio di questi fu successore Oxendiu Verzirescul che rice­vette dall’Imperatore Leopoldo il permesso di costruire la città armena (Hayakʻaƚakʻ).           

Verzirescul condusse un ingegnere armeno di nome Alexa da Roma, località in cui aveva, peraltro, compiuto i suoi studi teologici.

Significativi sono i versi scritti in armeno traslitterato ed in tra­duzione romena che rammentano il vescovo che veniva da Roma, idea­tore di quella città che sarebbe stata dedicata a San Gregorio l’Illu­mi­na­tore attualmente festeggiato nel mese di Giugno.

Un capitolo a parte è dedicato poi all’analisi dello stemma della città di Gherla: un’aquila bicefala con una croce.

L’autore sottolinea in proposito che quello stemma non deriva né dal mondo austriaco né da quello bizantino, ma come sia stato il secondo a „prenderlo in prestito” dagli Armeni.

Di seguito, viene menzionata la principale corporazione della città, quella dei conciatori (Societatea Tăbăcarilor), che tanto contribuì allo sviluppo del centro armeno di Transilvania. 

I conciatori di Gherla, come pure quelli dei centri di Gheorgheni e di Dumbrăveni, si erano dotati di regole severe, ma umane, discipli­nan­ti la loro appartenenza alla confraternita, alla Chiesa e alla società ur­bana. 

Da ciò si evince la profonda religiosità caratterizzata anche dal culto esterno, dalla presenza alla Santa Liturgia domenicale, dalla recita delle preghiere più conosciute, dalla vicinanza non solo spirituale, ma anche fisica a coloro che erano malati o  moribondi.

La descritta forma di religiosità si nota, altresì, per l’edifi­ca­zione, nel 1748, della  Cattedrale armeno–cattolica dedicata alla Santis­sima Trinità, che ospita oltre ai numerosi altari, un quadro capolavoro di Rubens, La Discesa di Gesù dalla Croce,  avuto in dono dall’Imperatore Francesco I, oltre ad effigi sacre per tutti gli Armeni, come il Battesimo di Tiridate impartito da San Gregorio l’Illuminatore.

L’autore si sofferma poi sia sulle altre società, quali quella dei commercianti, sia sugli statuti delle Confraternite, tra le quali possiamo menzionare quella di Sant’Anna caratterizzata da un ordine ed una severità non inferiori a quelli delle corporazioni, ma anche da uno spirito di carità sempre vivo risultante, tra l’altro, dalla celebrarazione di liturgie funebri per i confratelli o le consorelle defunte.

È vero, peraltro, che la vita degli armeni di Gherla non era iso­lata, giacché si inseriva nell’alveo delle relazioni con i padri mechitaristi.

La circostanza risulta comprovata altresì, dalla traduzione di una lettera del Servo di Dio l’Abate Mechitar (1676-1749) risalente al 25 Maggio 1722; nella missiva, l’Abate che si firma „vartabed – abbas”, si rivolge al „primo curatore Kristóf, al giudice Todorás, ai signori So­lo­mon, Aliksza ed agli altri signori” non solo per un saluto cristiano agli stessi ed alla popolazione, ma anche per inviare un messaggero, il pio Minas (Baronián), uomo di cultura, secondo il desiderio dei destinatari, per  guidarli nelle attività pastorali e nelle questioni materiali.

Egli conosceva, infatti, anche la lingua latina ed era in grado di adattare il suo linguaggio ai più grandi come ai più piccoli della co­mu­nità.

Nella stessa missiva, il Servo di Dio, chiedeva ai destinatari di mandare indietro padre Manuel, perché la Congregazione aveva bisogno di lui (cfr. Kristóf Szongott, Orașul liber Regal Gherla, op. cit., 97-99).

Sempre dal punto di vista documentale, vorrei ora menzionare la traduzione di una lettera di padre Lázár, appartenente alla Congregazione mechitarista di Venezia che si firma „Monaco dell’Ordine di Sant’An­tonio” (cfr. Kristóf Szongott, Orașul liber Regal Gherla, op. cit., 100), in cui asserì di essere venuto a conoscenza della morte di padre Minas, chiedendo che la Congregazione venisse ricevuta nella Città armena di Gherla e di officiare la Chiesa detta Solomon, dedicata alla Santa Ver­gine.

Purtroppo, la risposta dei maggiorenti della città non fu positiva in quanto si sostenne che la Chiesa detta di Solomon sarebbe stata las­ciata alla parrocchia (cfr. Kristóf Szongott, Orașul liber Regal Gherla, op. cit., 100-101).

Altri comprovati tentativi dei Padri Mechitaristi veneziani, presenti a Ebesfalva, di far accettare un missionario mechitarista, non ebbero effetto positivo (cfr. Kristóf Szongott, Orașul liber Regal Gherla, op. cit., 100-101).        

Non poteva essere taciuta la visita di Mons. Vártán Esztegár (1843-1886) nella città in cui era nato, nel Giugno del 1885.

L’ecclesiastico armeno, Abate della Congregazione Mechitarista di Vienna, era Arcivescovo titolare di Selymbria. Grande fu la gioia del clero, dei notabili e dei fedeli nel salutare l’illustre figlio di Gherla e dell’Armenia che partecipò a  cerimonie e a processioni e celebrò  la di­vi­na Liturgia secondo il rito dei padri.

Si era prefisso, senza dubbio l’Abate di visitare di nuovo la sua città, quando da essa se ne andò. Purtroppo la morte lo colse l’anno suc­cessivo a soli 43 anni.

È interessante, peraltro, osservare la menzione di personaggi di rilevante importanza nella storia della città, tra cui si può citare in tal sede e senza pretesa di esaustività, padre Kristóf Lukácsi che fu sacer­dote armeno-cattolico, parroco, amico dei poveri e dei deboli, ma nello stesso tempo studioso dei classici.

Svolse importanti funzioni nella pubblica istruzione come diret­tore del ginnasio armeno-cattolico e della scuola elementare. 

A lui si deve la pubblicazione intitolata in lingua italiana: Contributi allo studio della storia degli armeni transilvani e Vita di san Gregorio l’Illuminatore (cfr. Kristóf Szongott, Orașul liber Regal Gherla, op. cit., 212).

Tuttavia, il libro di Kristóf Szongott ha il pregio di non sof­fermarsi solamente sulla vita di noti personaggi della Chiesa armena e della cultura, quali il canonico Márton Kapatán, ma su ulteriori aspetti della città e del contado, come l’agricoltura, l’apertura dei Bagni termali di Gherla, presentando anche belle pagine in cui riporta proverbi in tra­duzione ed in armeno traslitterato, nonché alcuni canti e racconti legati al mondo sapienziale.

Il professor Lucian Nastasă, la signora Andreea Ghiţă e la Casa Editrice „Ararat” hanno senz’altro contribuito a presentare un’opera mol­to importante che, inserendosi in un ampio contesto cui sono dedicati ulteriori volumi di cui si raccomanda la lettura per una visione d’insieme delle vicende storiografiche e culturali di che trattasi, ci permette di avvicinarci a fatti e personaggi della Comunità armeno-cattolica, anche se ora numericamente molto limitata, per conoscerne, con dovizia di par­ticolari, il passato ed il contributo dato alla Transilvania.          

 

GIUSEPPE MUNARINI

 

Հատոր  
Բնագաւառ